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W gli Alpini
Ieri passando per Via Torelli ho visto un alpino che pitturava. Aveva in una
mano una pennellessa e nell'altra una latta di vernice bianca e con buona
lena stava coprendo una scritta che qualche stolto nottetempo aveva lasciato
con una bomboletta nera su un muro. La sciocca scritta recitava "fuoco al
tricolore". Liquidato immediatamente con un giudizio da querela l'anonimo
autore della stupida frase, mi sono concentrato su quell'alpino che con un
gesto apparentemente semplice poneva rimedio ad un obbrobrio. Non riuscivo a
capire cosa ci fosse in quello che stavo vedendo che mi colpiva tanto. Poi,
di colpo, ho realizzato: l'alpino aveva semplicemente colto nel segno. Non
aveva fatto un'indagine sociologica per capire le motivazioni che avevano
spinto il graffitaro a compiere lo scempio; non aveva mobilitato i media per
esternare al mondo lo sdegno per il brutto gesto; non aveva organizzato una
manifestazione per protestare per l'oltraggio alla bandiera, non aveva
istituito una commissione d'indagine per conoscere i nomi dei mandanti del
tapino. Non aveva sfasciato nessuna vetrina per essere solidale con tutti
gli stendardi vilipesi... A piedi, senza chiedere niente a nessuno si era
recato dal ferramenta e, pagando di tasca propria, aveva comperato una
semplice latta di vernice ed un pennello adeguato. Poi, sempre a piedi,
aveva raggiunto il muro imbrattato e con pazienza lo aveva ripulito. Insomma
ha visto un problema e per prima cosa lo ha risolto. Cosi' ho pensato che
se tra i nostri politici ci fossero piu' alpini e meno imbonitori forse il
nostro paese andrebbe meglio. Ma c'e' di piu'. Quando ho saputo del raduno
nazionale nella nostra citta', Quale membro della Protezione Civile, mi sono
recato presso gli uffici di Via del Taglio per chiedere se c'era bisogno. In
segreteria , fra stupore e incredulita' mi hanno risposto che gli alpini
avevano fatto sapere che non avevano bisogno di nulla e che avrebbero
pensato a tutto loro. "Ma come niente treni speciali gratuiti? Niente centri
per la distribuzione gratuita di coperte, acqua e vettovaglie? Nessun
approntamento di container abitativi riscaldati?" Incredibile ho pensato.
Poi ho insistito: "Ma qualcosa avranno chiesto!"
"Sì, servizi igienici mobili per le inevitabili esigenze fisiologiche di
400.000 persone". "Tutto qui?!". "No. Effettivamente hanno chiesto anche
un'altra cosa. Venendo in casa d'altri hanno chiesto permesso..."
Hanno chiesto permesso. Arrivano in citta' mezzo milione di rudi guerrieri
per dare vita ad una immensa festa fatta di gioia, amicizia fratellanza e
amor di Patria, e chiedono permesso e il modo di non trasformare la nostra
belle citta' in una immensa latrina. Sorrido pensando che se solo fossero
venuti a trovarci, sicuramente senza chiedere alcun permesso, solo 100.000
"pacifistinoglobal", lunedi' prossimo dovremmo fare i conti con una citta'
sfasciata, dolorante e depredata. Invece gli alpini no, non prendono,
portano. Portano il piacere di sentirsi semplicemente Italiani senza che la
nazionale di calcio giochi; portano l'allegria delle feste di paese, dove
non e' mai l'abito a fare il monaco ma lo spirito; portano il gusto per le
cose semplici e la prova che la vita e' fatta di cose semplici, che i
problemi si risolvono con gesti semplici e che il difficile non e' il fare,
ma il riuscire a rispondere "Presente!" quando e' il nostro turno.
La chiave di lettura dello spirito Alpino e' il vivere in uno stato di
diritto con il senso del dovere. E' l'offrirsi senza necessariamente il
pretendere. E' la testarda consapevolezza che, passo dopo passo, con le sole
nostre forze possiamo raggiungere qualsiasi altezza, possiamo coprire
qualsiasi distanza, possiamo sopportare qualsiasi prova. E ancora che il
seme delle nostre buone azioni germogliera' nei nostri primi spettatori, i
nostri figli. E allora alla memoria immediatamente si affacciano immagini
che avevo sepolto da tempo immemorabile. Gli Alpini della grande guerra sul
Monte Nero, sulle Tofane, sul’Ortigara, sul Monte Grappa frapporre tra il
nemico e le nostre case e le nostre vite, la loro esile mantellina e la loro
giovane energia. I loro figli, venticinque anni, dopo inquadrati nella
“Julia”, nella “Cuneense” e nella “Tridentina”, immolarsi sul Don e a
Nikolajewka per salvare all'Italia quello che restava della sfortunata
Armir. Altri vent'anni e altri figli, a scavare nel fango del Vajont, nel
limo dell'Arno o fra le macerie nel Belice per ridare speranze a chi aveva
perso tutto. Rivedo l'alpino Scudrera servire con affetto la mula Gigia e mi
manca la sua rude saggezza di uomo semplice.
Grazie Alpini, sapere che in Italia c'e' ancora tanta gente come Voi, mi
rassicura. Vedere grazie a Voi la mia citta' esplodere di Tricolore dopo
averla dovuta sopportare per anni agghindata con stracci di tutti i colori,
mi fa scoppiare il cuore di gioia. Poter partecipare alla Vostra festa mi
onora.
Compatisco quei miei concittadini che per sfuggire alla Vostra pacifica
invasione, hanno lasciato la citta'. Loro sono quelli che quando c'e'
bisogno hanno sempre un impegno. Quelli che organizzano, pianificano,
pontificano e poi mandano avanti gli altri. Quelli che preferiscono il
buffet nel giardino del loro country club a un picnic su un bel prato di
montagna. Quelli che si irritano per tante bandiere tricolori in giro ed
esultano solo per quelle del loro partito o del loro club. Quelli che
storcono il naso disgustati perche' vedono quattro penne nere che alle nove
di mattina sorseggiano un'"ombrèta de vin" in piazzale della Pace e trovano
normale che dei ventenni si sfascino il fegato con vodka e cola ad un
"afterhours".
Peccato, se fossero rimasti in citta', una mano di vernice avrebbe fatto
bene anche a loro.
Pietro
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