| Giulio Bedeschi, un medico sul fronte russo. La grande figura del medico vicentino, scrittore e alpino, autore di Centomila gavette di ghiaccio. La città di Vicenza ha recentemente tributato il giusto onore ad uno dei suoi personaggi più illustri, Giulio Bedeschi, alpino, medico e scrittore come lui stesso amava definirsi. E lo ha fatto, a dieci anni dalla sua scomparsa, con una serata di grande prestigio durante la quale, oltre agli interventi di amministratori e esponenti della cultura cittadina, è stato proiettato un documento filmato d'epoca e dato spazio alle melodie del coro alpino di Lumignano. Giulio Bedeschi nacque ad Arzignano il 31 gennaio del 1915. | | A Vicenza frequenta i primi anni della scuola, ma ben presto è costretto a seguire gli spostamenti della famiglia, dapprima a Venezia e poi a Forlì, imponendogli di terminare gli studi all'Università di Bologna: diventa medico e nel 1940 termina la Scuola Allievi Ufficiali a Firenze. |  | | Il destino che lo legherà indissolubilmente alla vita militare e alla guerra lo attende alle porte: Bedeschi viene infatti incaricato di far parte di una commissione medica che deve esaminare i giovani soldati destinati al fronte greco-albanese. Colpito nell'intimo da questa esperienza, decide in breve tempo di arruolarsi volontario e di partire anch'egli per il fronte. Da quel momento in poi, diversi eventi che si intrecciano tra di loro portano Bedeschi nell'estate del 1942 sul fronte russo, dove rimarrà fino alla ritirata E' durante quella drammatica e tragica esperienza, di soldato e di uomo, che Bedeschi matura la convinzione interiore e l'ispirazione per scrivere quello che diventerà la sua più intensa testimonianza di vita, magistralmente narrata nel suo capolavoro Centomila gavette di ghiaccio. Per comprendere meglio il significato dell'opera, è necessario inquadrare brevemente il periodo storico durante il quale gli avvenimenti si svolsero. Tra il novembre del 1942 e il febbraio del 1943 i comandi delle forze armate italiane non avevano previsto l'offensiva russa sul fiume Don e si erano ormai preparati a trascorrere l'inverno nei rifugi dello sconfinato territorio dell'est. Il 13 dicembre del '42, all'improvviso, arriva l'ordine di ritirata, dettato dalla constatazione che l'offensiva russa sul Voronez si sarebbe presto saldata a quella di Stalingrado, più a sud. A rischio di un accerchiamento dalle conseguenze imprevedibili, l'Armata alpina italiana iniziò rapidamente a ritirarsi, percorrendo sentieri non battuti e combattendo in ogni modo contro i partigiani e i soldati russi. Fu uno dei momenti più drammatici per i nostri giovani soldati, 12 giorni e 11 notti dal 16 al 27 gennaio 1943, tra imboscate, pericoli scampati miracolosamente, notti all'addiaccio con temperature di oltre 30 gradi sotto zero e intere giornate senza toccare cibo. Questa drammatica esperienza di vita e di morte fornì a Bedeschi materiale più che sufficente per scrivere, a guerra ultimata, tra il '45 e il '46, il libro in oggetto, il quale però ebbe una storia piuttosto travagliata. Fu infatti rifiutato per ben 18 anni da tutti gli editori ai quali era stato proposto e soltanto nel 1963 l'editore milanese Ugo Mursia lo pubblicò, in una collana dedicata alla seconda guerra mondiale. Ebbe buon fiuto, perchè da allora centomila gavette di ghiaccio è diventato un classico della letteratura di guerra, con le sue 130 ristampe e la traduzione in molte lingue straniere. Pur senza rinunciare alla sua professione di medico, Bedeschi intraprese, grazie alla notorietà ricavata dal successo del libro, una parallela carriera di giornalista-scrittore. Nel 1966 scrisse Il peso dello zaino, ideale prosecuzione del primo fortunato libro, che racconta le vicende dei reduci della sua batteria dopo la fine della guerra. Per circa un ventennio Bedeschi divenne il curatore di una collana, sempre edita da Mursia, intitolata c'ero anch'io, una raccolta di testimonianze di quanti combatterono sui diversi fronti della guerra. Nel dicembre del 1990 Giulio Bedeschi, da poco trasferitosi a Verona, muore nella stesa città scaligera. L'eredita letteraria da lui lasciata ai posteri si finde con quella di uomo retto e coraggioso, testimone di una pagina triste ma importante della nostra storia. Il suo Centomila gavette di ghiaccio è giustamente considerato uno dei testi più importanti della storia degli Alpini italiani, la loro epopea in terra di Russia, una vicenda ancora viva nel ricordo di quanti sono sopravvissuti, e un inno alla memoria di coloro che non ci sono più. Il suo libro fu definito unanimemente un grande affresco di storia e di umanità, autobiografico e al tempo stesso testimonianza di mille altre vite, quelle degli alpini della gloriosa divisione Julia. | |